Caro Vincenzo,
adesso ho voglia di parlarti di un piatto che ogni tanto riemerge dai miei ricordi d'infanzia. Tu sai che i miei nonni paterni e le miei zie erano della provincia di Caserta, quella parte che rimane nella cerchia del capoluogo,da Santa Maria Capua Vetere fino a Marcianise. Ricordo come se fosse ieri la voce di mio zio che rientrava a casa verso l'una e magari si portava dietro qualche collega di lavoro che era di turno con lui, lo invitava a pranzo. Ricordo la voce dal cortile che urlava:"Marì, song' ie e Tottonno, fà doie pettol' e fasule". E mia zia che puntualmente lo mandava a quel paese, ma dopo due minuti si metteva a preparare.
Mio zio le chiedeva anche all'ultimo minuto perché sapeva che era un piatto saporito, fresco e veloce.
Mia zia, per prima cosa, metteva l'acqua sul fuoco e poi, sulla tavola di legno, cominciava ad impastare circa 200 grammi di farina di semola di grano duro aggiungendo acqua fino a far diventare l'impasto abbastanza duro per essere steso con il mattarello. Una volta tirata la sfoglia (non troppo sottile) tagliava le pettole, che erano una sorta di pappardelle lunghe massimo 4 centimetri, con una forma irregolare (alcune assomigliavano a dei rombi, altri a dei trapezi); insomma erano delle "pettole" il plurale della pettola, ovvero quella parte della camicia che il trasandato lascia fuori dei pantaloni.
I fagioli erano stati già cotti in precedenza a fuoco lentissimo, vicino al camino, nel "pignatiello" di terracotta aggiungendo solo un ramoscello di rosmarino per aromatizzare. I fagioli bastava scaldarli e, nel mentre la pentola raggiungeva il "bollo", mia zia mandava in padella un aglio, olio, pomodorini e peperoncino a fuoco vivace. "Calate" le pettole nell'acqua bollente e salata nella giusta misura, per cuocerle bastavano cinque minuti. Dopo aver scolato la pasta, la buttava nella salsetta, mentre il fornello era al massimo, appena il tempo di sentir sfrigolare le pettole, spegneva il fuoco e riversava sopra alla pasta e alla salsetta i fagioli caldissimi senza il rosmarino (che già era stato tolto in precedenza). Insomma venti minuti in tutto, il tempo che mio zio e il suo amico Totonno andavano in bagno a lavarsi le mani, mangiare un pezzo di pane e bere un bicchiere di vino, a mo' di aperitivo.
Mentre si sedevano a tavola mia zia finiva di saltare il tutto in padella a fuoco spento, ed io ricordo quell'odore che inondava la casa nello stesso modo in cui oggi inonda i miei ricordi.
giovedì 1 dicembre 2011
sabato 12 novembre 2011
Parmigiana napoletana
Carissima signora Lina che mi scrive da Torino, come ebbi modo già di dirle nella sua ultima mail credo che non ci sia niente di meglio, per la sua parmigiana alla napoletana, che friggere le melanzane in olio extra vergine di oliva cercando di asciugarle bene, dopo fritte, con della carta assorbente. Le consiglio, inoltre, di cuocere la salsa con pochissimo olio e con un ciuffo di basilico profumato così che l'olio in abbondanza della frittura possa essere compensato dalla scarsezza dello stesso nella salsa. Non sono d'accordo, inoltre, nel mettere preventivamente le melanzane sotto sale; le consiglio piuttosto, ove fosse possibile, di stenderle al sole per una mattina e un pomeriggio intero, solo così, in fase di frittura, assorbiranno poco olio.
Saluti
Saluti
martedì 9 giugno 2009
Cinquantamila
Gerardo Braschi era fuori per lavoro, come tutti i giorni, ed il Buran aveva allentato la presa (almeno per il momento). Il vento dei monti Urali era calato all’improvviso e Gerardo Braschi aveva sentito per la prima volta quel nome dal telegiornale: “Buran”, vento. Come avesse fatto ad arrivare dagli Urali fino a Napoli questo, per il signor Braschi, era un mistero. L’aria si manteneva gelida ma il sole, attraverso il parabrezza della macchina, gli riscaldava il viso.
Poi, dopo aver parcheggiato, una rom gli si era avvicinata al finestrino, e Braschi, parlando con il vetro chiuso, le aveva detto che non aveva spiccioli. Ma la donna insisteva: “sono una vera zingara, ho i numeri buoni”, gli disse. Aveva il volto minuto e pieno di rughe ma non le si poteva dare più di quarant’anni. Gli occhi erano infossati, cerchiati di nero ed i capelli sporgevano appena da un fazzoletto colorato, appiccicato sulla testa. “Prenditi questi numeri; 13, 19, 32, su tutte le ruote, e dammi qualcosa, per favore”, disse.
“Non ho spicci”, rispose Braschi. La rom sorrise, e gli occhi d’improvviso le s’illuminarono. La rom tese la mano con il bigliettino e Braschi le diede una moneta e buttò il biglietto.
“13,19, 32, o su Napoli o su tutte le ruote, giocateli, giocateli”, disse la zingara andando via.
Braschi continuò il suo lavoro, il giro dal cliente e le solite frasi per la solita commissione settimanale, mai molto importante, un ordine che copriva solo le spese della benzina.
Braschi tornò in macchina e dal parabrezza vide il sole che stava scomparendo dietro una nuvola che correva veloce.
Driin, il telefonino, e Braschi pensò alla solita chiamata del suo capo. Ed invece no, era la voce di suo fratello. “Richiamami subito, una cosa importante, però non ti spaventare, è una buona notizia”, disse il fratello attaccando di colpo.
“Avrà preso una serata”, pensò Braschi. Suonavano insieme, per arrotondare e per stare nella musica. Era un po’ di tempo che non beccavano niente, e così Gerardo Braschi lo richiamò.
“Allora?”
“Ho vinto cinquantamila al gratta e vinci”
“Che dici?”
“No, Gè, questa è una cosa seria, meno male che sono freddo, mi sono uscite nove candeline, e sto a Gianturco, un posto di merda, dobbiamo andare alla tua banca perché non mi fido, ma tu dove sei?”
“A Nola”, disse Gerardo Braschi.
“Ah! Mi dispiace, devi fare parecchi chilometri, ma io mi caco sotto di stare con questo foglietto in tasca, a mamma glieli pago io i lavori del riscaldamento”
“Ed io sto di cinquemila sotto, lo sai”, disse Braschi
“Vabbè poi parliamo”, rispose il fratello
“Ma che c’entra, è un prestito”, disse Braschi.
“Adesso telefono a Giulia”
“Sì, ma non lo dire a troppa gente”
“Incredibile, - pensò Braschi – però la fortuna a volte ci vede, mio fratello è senza lavoro, si arrangia a fare quello che gli capita, ma quest’inverno quasi niente, praticamente è fermo da Natale, e l’ha fatto capire più di una volta che gli servono i soldi per l’affitto, ed io gli ho detto a chiare lettere che su di noi non poteva contare, la cosa mi è sembrata dura, ma… fino a quando dobbiamo stargli dietro? Mia madre ha settantacinque anni, con la pensione e basta. Lui ne ha già trentatré, è ora che si decida. Fece una stronzata a lasciare il posto. Intanto ora i cinquantamila sono capitati a lui, ed io, nonostante il lavoro, la casa e due macchine, c’ho più debiti di lui. Se non mi presta i soldi fa anche bene. Così si rigira il destino, io con il dito puntato che gli dico che non deve più rompere le scatole con i soldi, e, adesso, quelli veri, i soldi veri, ce l’ha lui”
Gerardo Braschi avrebbe pianto volentieri , tanto era il peso dello smacco che il destino gli aveva riservato.
Driin! Di nuovo il telefonino.
“Pronto, sono io”, era il fratello.
“Che è successo?”
“Gè, scusami, mi dispiace, ma mi sono sbagliato… e che stavo in quel posto di merda e non ho avuto il tempo di leggere, poi sono tornato a casa e ho visto meglio, devono essere nove lettere e non nove candeline. Ma eri già tornato a casa?”
“Ho già preso l’autostrada”, disse Braschi.
“Mi dispiace”, disse il fratello
“Pure a me”, e chiuse il telefonino senza dire altro.
Poi a Braschi venne in mente la zingara, suo fratello aveva telefonato poco dopo l’incontro, e cercò di ricordare i tre numeri. Ma in mente aveva solo il sorriso.
Braschi riprese il suo lavoro e alle due pensò di andare a casa di sua madre per farle compagnia a pranzo.
A tavola c’era anche il fratello, ed avevano iniziato da poco. La madre gli disse che non l’aspettava, e così tolsero un po’ di pasta dai loro piatti e fecero un piatto anche per lui.
Il fratello di Braschi cominciò a ridere e a gridare: “Cinquantamila! Cinquantamila! Eh! Ah! Ah! Ah! Già volevi un prestito”
“Non è vero – disse Gerardo Braschi – io non c’ho creduto”
“C’hai creduto altrimenti non tornavi indietro. Cinquantamila eh? Ah, ah, ah! “
Poi continuarono il pasto con gli operai del riscaldamento che gironzolavano nell’appartamento.
Ed il fratello di Braschi gli chiese in prestito la macchina perché doveva uscire quella sera. E Braschi gli disse che la poteva prendere. E poi chiese: “e c’è benzina?”
Ma Braschi non rispose, aveva negli occhi il sorriso della rom, e non ricordava i tre numeri.
Poi, dopo aver parcheggiato, una rom gli si era avvicinata al finestrino, e Braschi, parlando con il vetro chiuso, le aveva detto che non aveva spiccioli. Ma la donna insisteva: “sono una vera zingara, ho i numeri buoni”, gli disse. Aveva il volto minuto e pieno di rughe ma non le si poteva dare più di quarant’anni. Gli occhi erano infossati, cerchiati di nero ed i capelli sporgevano appena da un fazzoletto colorato, appiccicato sulla testa. “Prenditi questi numeri; 13, 19, 32, su tutte le ruote, e dammi qualcosa, per favore”, disse.
“Non ho spicci”, rispose Braschi. La rom sorrise, e gli occhi d’improvviso le s’illuminarono. La rom tese la mano con il bigliettino e Braschi le diede una moneta e buttò il biglietto.
“13,19, 32, o su Napoli o su tutte le ruote, giocateli, giocateli”, disse la zingara andando via.
Braschi continuò il suo lavoro, il giro dal cliente e le solite frasi per la solita commissione settimanale, mai molto importante, un ordine che copriva solo le spese della benzina.
Braschi tornò in macchina e dal parabrezza vide il sole che stava scomparendo dietro una nuvola che correva veloce.
Driin, il telefonino, e Braschi pensò alla solita chiamata del suo capo. Ed invece no, era la voce di suo fratello. “Richiamami subito, una cosa importante, però non ti spaventare, è una buona notizia”, disse il fratello attaccando di colpo.
“Avrà preso una serata”, pensò Braschi. Suonavano insieme, per arrotondare e per stare nella musica. Era un po’ di tempo che non beccavano niente, e così Gerardo Braschi lo richiamò.
“Allora?”
“Ho vinto cinquantamila al gratta e vinci”
“Che dici?”
“No, Gè, questa è una cosa seria, meno male che sono freddo, mi sono uscite nove candeline, e sto a Gianturco, un posto di merda, dobbiamo andare alla tua banca perché non mi fido, ma tu dove sei?”
“A Nola”, disse Gerardo Braschi.
“Ah! Mi dispiace, devi fare parecchi chilometri, ma io mi caco sotto di stare con questo foglietto in tasca, a mamma glieli pago io i lavori del riscaldamento”
“Ed io sto di cinquemila sotto, lo sai”, disse Braschi
“Vabbè poi parliamo”, rispose il fratello
“Ma che c’entra, è un prestito”, disse Braschi.
“Adesso telefono a Giulia”
“Sì, ma non lo dire a troppa gente”
“Incredibile, - pensò Braschi – però la fortuna a volte ci vede, mio fratello è senza lavoro, si arrangia a fare quello che gli capita, ma quest’inverno quasi niente, praticamente è fermo da Natale, e l’ha fatto capire più di una volta che gli servono i soldi per l’affitto, ed io gli ho detto a chiare lettere che su di noi non poteva contare, la cosa mi è sembrata dura, ma… fino a quando dobbiamo stargli dietro? Mia madre ha settantacinque anni, con la pensione e basta. Lui ne ha già trentatré, è ora che si decida. Fece una stronzata a lasciare il posto. Intanto ora i cinquantamila sono capitati a lui, ed io, nonostante il lavoro, la casa e due macchine, c’ho più debiti di lui. Se non mi presta i soldi fa anche bene. Così si rigira il destino, io con il dito puntato che gli dico che non deve più rompere le scatole con i soldi, e, adesso, quelli veri, i soldi veri, ce l’ha lui”
Gerardo Braschi avrebbe pianto volentieri , tanto era il peso dello smacco che il destino gli aveva riservato.
Driin! Di nuovo il telefonino.
“Pronto, sono io”, era il fratello.
“Che è successo?”
“Gè, scusami, mi dispiace, ma mi sono sbagliato… e che stavo in quel posto di merda e non ho avuto il tempo di leggere, poi sono tornato a casa e ho visto meglio, devono essere nove lettere e non nove candeline. Ma eri già tornato a casa?”
“Ho già preso l’autostrada”, disse Braschi.
“Mi dispiace”, disse il fratello
“Pure a me”, e chiuse il telefonino senza dire altro.
Poi a Braschi venne in mente la zingara, suo fratello aveva telefonato poco dopo l’incontro, e cercò di ricordare i tre numeri. Ma in mente aveva solo il sorriso.
Braschi riprese il suo lavoro e alle due pensò di andare a casa di sua madre per farle compagnia a pranzo.
A tavola c’era anche il fratello, ed avevano iniziato da poco. La madre gli disse che non l’aspettava, e così tolsero un po’ di pasta dai loro piatti e fecero un piatto anche per lui.
Il fratello di Braschi cominciò a ridere e a gridare: “Cinquantamila! Cinquantamila! Eh! Ah! Ah! Ah! Già volevi un prestito”
“Non è vero – disse Gerardo Braschi – io non c’ho creduto”
“C’hai creduto altrimenti non tornavi indietro. Cinquantamila eh? Ah, ah, ah! “
Poi continuarono il pasto con gli operai del riscaldamento che gironzolavano nell’appartamento.
Ed il fratello di Braschi gli chiese in prestito la macchina perché doveva uscire quella sera. E Braschi gli disse che la poteva prendere. E poi chiese: “e c’è benzina?”
Ma Braschi non rispose, aveva negli occhi il sorriso della rom, e non ricordava i tre numeri.
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